mercoledì 14 gennaio 2026

Non servono eroi per aiutare l'Africa

 C’è una narrazione che torna spesso quando si parla di Africa: quella dell’eroe.

L’occidentale che arriva, salva, costruisce, riparte. Una storia rassicurante, semplice, emotivamente potente. E profondamente falsa.

L’Africa non ha bisogno di eroi.
Ha bisogno di presenza, tempo, costanza.
Ha bisogno di persone disposte a restare anche quando non c’è nulla da raccontare, nulla da fotografare, nulla da celebrare.


C’è molta gente che critica chi fa il volontario, perché dice che non è un eroe. Ed ha ragione, non lo è. A me fa rabbia chi critica senza fare nulla, ma è purtroppo vero che l’eroe o chi si sente tale spesso arriva con risposte già pronte, semplifica realtà complesse e cerca la popolarità e il riconoscimento.

L’Africa reale, invece, è fatta di processi lenti, di relazioni che vanno costruite giorno dopo giorno, di errori, di ripensamenti, di fallimenti che insegnano più dei successi.

Quando sono arrivata la prima volta, anch’io avevo addosso — magari in forma più discreta — quell’idea: fare qualcosa di grande. Ho imparato presto che “grande” non significa “giusto”.

I progetti che resistono nel tempo hanno alcune caratteristiche comuni: non sono imposti dall’esterno e non promettono risultati immediati. Danno strumenti, non soluzioni al problema. Danno quegli strumenti che contribuiscono ad arrivare alla soluzione.

Sono lenti, concreti, condivisi.

Nel libro Le Statue di Ebano racconto, tra le altre cose, la nascita di una scuola.
Non è stata un’inaugurazione con applausi. È stata una sequenza di riunioni interminabili, incomprensioni culturali, attese, mancanza di fondi, compromessi.
È stata soprattutto una scuola pensata insieme, non “per”.

Costruire muri è relativamente semplice. Costruire fiducia no.

E senza fiducia, nessun progetto — scolastico, sanitario o lavorativo — sopravvive.

Lo stesso vale per la sanità. Curare non significa solo fornire medicine o strutture, ma creare continuità, formazione, responsabilità locali. Un intervento isolato può salvare una vita. Un sistema condiviso ne salva molte, nel tempo.

E poi c’è il lavoro.
Uno dei grandi equivoci dell’aiuto è pensare che basti “dare”. In realtà, ciò che restituisce davvero dignità è mettere le persone nelle condizioni di fare.

Nel libro parlo di progetti di impiego che non avevano nulla di eroico: piccoli, faticosi, spesso invisibili.
Ma erano progetti che non toglievano autonomia, non creavano dipendenza, non trasformavano chi aiutava in protagonista e chi riceveva in comparsa. Sono stati proprio i locali i veri protagonisti, quelli che hanno deciso anche che ruolo darmi all’interno del progetto.

Forse la parte più difficile non è partire per l’Africa.
È restare , fisicamente o idealmente , quando l’entusiasmo iniziale svanisce, quando i risultati tardano, quando nessuno applaude.

La costanza non è affascinante, non ha una narrazione avvincente, ma lí è l’unica cosa che funziona davvero.

Scrivere Le Statue di Ebano è stato anche un modo per rompere questa narrazione eroica. Non per demolire i sogni, ma per renderli responsabili.
Non per scoraggiare, ma per togliere l’illusione che basti “voler fare del bene”. Voler far del bene è qualcosa di nobile e terribilmente bello, ma non puó esistere senza una struttura, senza un progetto ben inquadrato, senza mettere al centro il collettivo che riceve questo bene, senza costanza nel tempo.

Questo libro non è nato per raccontare un’Africa da salvare, ma un’Africa da incontrare.

Se c’è una cosa che l’Africa mi ha insegnato è che non serve essere straordinari.
Serve essere fermi nella propria idea, quindi affidabili.

E forse, in un mondo che cerca sempre eroi, questa è la lezione più scomoda e più necessaria.

Il mio libro LE STATUE DI EBANO é dispobibile! Viaggia con me attraverso i luoghi e le persone che ho conosciuto. Scrivimi ! Saró felice di risponderti 

Non servono eroi per aiutare l'Africa

  C’è una narrazione che torna spesso quando si parla di Africa: quella dell’eroe. L’occidentale che arriva, salva, costruisce, riparte. Un...