C’è una narrazione che torna spesso quando si parla di Africa: quella dell’eroe.
L’occidentale che arriva, salva, costruisce, riparte. Una storia rassicurante,
semplice, emotivamente potente. E profondamente falsa.
L’Africa non ha
bisogno di eroi.
Ha bisogno di presenza, tempo, costanza.
Ha bisogno di persone disposte a restare anche quando non c’è nulla da
raccontare, nulla da fotografare, nulla da celebrare.
C’è molta gente che critica chi fa il volontario, perché dice che non è un eroe. Ed ha ragione, non lo è. A me fa rabbia chi critica senza fare nulla, ma è purtroppo vero che l’eroe o chi si sente tale spesso arriva con risposte già pronte, semplifica realtà complesse e cerca la popolarità e il riconoscimento.
L’Africa reale,
invece, è fatta di processi lenti, di relazioni che vanno costruite giorno dopo
giorno, di errori, di ripensamenti, di fallimenti che insegnano più dei
successi.
Quando sono
arrivata la prima volta, anch’io avevo addosso — magari in forma più discreta —
quell’idea: fare qualcosa di grande. Ho imparato presto che “grande” non
significa “giusto”.
I progetti che
resistono nel tempo hanno alcune caratteristiche comuni: non sono imposti dall’esterno
e non promettono risultati immediati. Danno strumenti, non soluzioni al
problema. Danno quegli strumenti che contribuiscono ad arrivare alla soluzione.
Sono lenti, concreti,
condivisi.
Nel libro Le
Statue di Ebano racconto, tra le altre cose, la nascita di una scuola.
Non è stata un’inaugurazione con applausi. È stata una sequenza di riunioni
interminabili, incomprensioni culturali, attese, mancanza di fondi,
compromessi.
È stata soprattutto una scuola pensata insieme, non “per”.
Costruire muri è
relativamente semplice. Costruire fiducia no.
E senza fiducia,
nessun progetto — scolastico, sanitario o lavorativo — sopravvive.
Lo stesso vale
per la sanità. Curare non significa solo fornire medicine o strutture, ma
creare continuità, formazione, responsabilità locali. Un intervento isolato può
salvare una vita. Un sistema condiviso ne salva molte, nel tempo.
E poi c’è il
lavoro.
Uno dei grandi equivoci dell’aiuto è pensare che basti “dare”. In realtà, ciò
che restituisce davvero dignità è mettere le persone nelle condizioni di fare.
Nel libro parlo
di progetti di impiego che non avevano nulla di eroico: piccoli, faticosi,
spesso invisibili.
Ma erano progetti che non toglievano autonomia, non creavano dipendenza, non
trasformavano chi aiutava in protagonista e chi riceveva in comparsa. Sono stati
proprio i locali i veri protagonisti, quelli che hanno deciso anche che ruolo
darmi all’interno del progetto.
Forse la parte
più difficile non è partire per l’Africa.
È restare , fisicamente o idealmente , quando l’entusiasmo iniziale svanisce,
quando i risultati tardano, quando nessuno applaude.
La costanza non è
affascinante, non ha una narrazione avvincente, ma lí è l’unica cosa che
funziona davvero.
Scrivere Le
Statue di Ebano è stato anche un modo per rompere questa narrazione eroica.
Non per demolire i sogni, ma per renderli responsabili.
Non per scoraggiare, ma per togliere l’illusione che basti “voler fare del
bene”. Voler far del bene è qualcosa di nobile e terribilmente bello, ma non
puó esistere senza una struttura, senza un progetto ben inquadrato, senza
mettere al centro il collettivo che riceve questo bene, senza costanza nel
tempo.
Questo libro non
è nato per raccontare un’Africa da salvare, ma un’Africa da incontrare.
Se c’è una cosa
che l’Africa mi ha insegnato è che non serve essere straordinari.
Serve essere fermi nella propria idea, quindi affidabili.
E forse, in un
mondo che cerca sempre eroi, questa è la lezione più scomoda e più necessaria.
Il mio libro LE STATUE DI EBANO é dispobibile! Viaggia con me attraverso i luoghi e le persone che ho conosciuto. Scrivimi ! Saró felice di risponderti