Partendo dalla mia esperienza, è facile farsi amici in Africa. Il popolo africano, in generale, è aperto a nuove persone, la gente è facilmente propensa a far entrare gente nuova nella propria vita.
Il clima caldo
determina anche l’indole della gente, oltre che l’aspetto di un luogo. E poi la
vita degli africani si svolge in strada, e quindi le occasioni di incontrarsi e
di salutarsi si moltiplicano.
Tutte le volte che sono stata in Africa l’ho sperimentato…. È gente che ti accoglie anche quando vai a casa loro senza avvisare, per loro è importante che tu stia bene, lí, da loro. Poi, passato il momento, non sono persone che contattano, chiamano, mandano messaggi, sono per lo più indipendenti. Appena li ricontatti , però, ti accolgono con lo stesso entusiasmo con il quale ti hanno conosciuto e con parole gentili. Non è gente ironica, non fanno battute su di te né ti chiedono grandi cose della tua vita, però ti salutano con molto rispetto, ti tengono in considerazione, e ti invitano ogni qual volta organizzano qualcosa tra di loro, perché hanno la condivisione nel sangue.
Gli africani mi
hanno trasmesso due concetti: mi hanno insegnato ad accogliere senza stare
troppo addosso, e a condividere ciò che faccio senza vergognarmi di non offrire
il meglio. Loro condividevano con me ciò che avevano: un piatto di riso o un
bicchiere di tè. Non si preoccupavano se il riso non era il miglior piatto o se
il tè non fosse quello a cui ero abituata io in Europa. Loro offrivano, davano
la possibilità di condividere con loro, il resto non importava. Ed è così che
dovrei fare anche io: l’importante è invitare, il cosa o il come sono concetti
di cui ci occupiamo in Occidente. Ma è l’azione ciò che conta.
In Europa, invece,
farmi amici lo trovo difficile. Non perché non voglia, anzi, io ho bisogno
degli altri, e sono felice solo se sto con gli altri. Credo che ultimamente
vada di moda il lemma “mi sono innamorata della mia tranquillità”, un lemma che
tutti sbandierano, ma che non mi trova assolutamente d’accordo.
Faccio fatica a
trovare amici perché la vita adulta è fatta principalmente di casa, famiglia e
lavoro, e il lavoro alla fine diventa forse l’unica occasione per conoscere persone
nuove e per cercare di costruire legami.
Da giovani non
solo abbiamo più possibilità di conoscere gente nuova perché facciamo molte più
attività e non dobbiamo badare a una famiglia, ma abbiamo dalla nostra parte
anche la scuola, che è la fonte più importante di amicizie che durano una vita
intera. Le mie amiche più vere le ho conosciute a scuola, dalle elementari alle
superiori.
Poi verso i trent’anni
di cambia, e nel momento in cui si forma una famiglia e si condivide il
progetto con un’altra persona, l’amicizia non è piú una prioritá. Anche se poi
ci si separa, si divorzia, e i figli se ne vanno e cercano la loro strada. L’amicizia
non è piú importante come lo era prima dei 30 anni approssimativamente.
Io ho
interiorizzato questo concetto e non mi dispero mai quando l’amicizia non prospera,
non continua, o quando dimostro l’interesse per una amicizia e vengo rifiutata.
Non ne faccio un dramma, perché ho fiducia in me e nella mia apertura a nuove
vite, so che sono una persona orientata verso gli altri, e che cercherò sempre
delle nuove vite. Rischiando, buttandomi, a volte facendo anche figuracce, ma
facendo di tutto per sfuggire quell’antipatica solitudine che molto spesso, con
l’età che ho, i genitori anziani e i figli grandi, mi trovo a provare.
Se ti piacciono
le mie idee, e se leggendo queste mie confessioni qualcosa ti è risuonato
dentro, allora ti piacerà anche io mio libro, LE STATUE DI EBANO, che tratta la
mia storia vera in Africa cercando , da sola, di avviare progetti di salute e
di lavoro, la maggior parte delle volte con bambini. Scrivo degli ostacoli e
delle lacrime che hanno accompagnato il mio percorso, e parlo del
volontariato senza retorica, mettendomi a nudo e descrivendo la realtà dell’aiuto
internazionale in modo molto veritiero, senza moralismi.
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